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Riduzione dei giorni di pesca «Settore pronto a scioperare»

La decisione dell’Ue dovrebbe pesare per 4/8 giornate in meno rispetto al 2021 Il numero è destinato a crescere negli anni. «Non si raggiunge il salario minimo»

DANIELE ZENNARO

04 Gennaio 2022

CHIOGGIA

L’Unione Europea allunga i tempi per una riduzione sostanziosa delle giornate di pesca ma tira dritta per la sua strada nonostante le rassicurazioni iniziali. L’allarme viene lanciato da Coldiretti, Impresapesca e Federpesca, preoccupati per le decisioni di tagli drastici alle uscite in mare con l’obiettivo di diminuire del 40% lo sforzo di pesca nel Mediterraneo fissato per il 2026. Per quest’anno, infatti, per il comparto ittico che va da Trieste ad Ancona, la riduzione dello sforzo di pesca sarà del 2%, ma su quale base sia applicata non è molto chiaro, anche se comunque le giornate di pesca in meno per la marineria chioggiotta dovrebbero aggirarsi tra le 4 e le 8 in più rispetto al 2021. Giornate in meno che aumenteranno sempre di più fino al 2026 e non al 2024, ovvero una riduzione più dilazionata nel tempo, ma che induce ugualmente le marinerie ad una serie di riflessioni, tanto da non escludere nemmeno giornate di protesta, magari già dal prossimo mese.

«Portare i giorni di attività di pesca a poco più di 120 all’anno», dice Federpesca-Coldiretti, «affonderà la flotta italiana, portandola di fatto sotto la soglia della sostenibilità economica (che le associazioni di categoria quantificano in 130 giorni, ndr), facendo così sparire dai banchi del mercato il prodotto nostrano, sostituendolo con quello straniero. Le disposizioni dell’Ue mettono a rischio i quasi 2.000 pescherecci italiani che utilizzano sistemi a strascico (rapidi, divergenti, volanti), che producono il 50% del valore dell’ittico italiano in area strategiche come l’Adriatico, il Tirreno ed il Canale di Sicilia. Chiediamo quindi un impegno forte al Governo ed al Ministero delle Politiche Agricole per spingere l’Unione Europea a fare marcia indietro sui drastici tagli alle attività e per rimettere al centro delle scelte strategiche dell’Italia il settore della pesca che conta complessivamente 12.000 imprese e 28.000 lavoratori, con un vasto indotto ad essa collegato. Un intervento ancora più necessario se si considera che l’introduzione della Cisoa, la cassa integrazione salariale operai agricoli, nella pesca, senza ricomprendere i vari fermi obbligatori e aggiuntivi e senza un adeguato supporto finanziario, rappresenta un ulteriore costo per le imprese senza alcun beneficio per i lavoratori, il cui salario si ricava per una buona parte dall’utile di impresa».

Ed il periodo post natalizio conferma quanto sia difficile calmierare e tenere discreto il prezzo del pescato. «Si fa sempre più fatica a far quadrare i conti», dice l’armatore Elio Dall’Acqua di Federpesca, «Se già durante le feste i prezzi sono calati a causa del troppo prodotto, adesso sono addirittura precipitati perché di fatto non c’è richiesta da parte dei commercianti e quindi si rischia di uscire in mare per guadagnare solamente qualche centinaio di euro. Oggi le migliori barche, lavorando intensamente tre giorni e tre notti, riescono a compensare i propri marinai con circa 300 euro a settimana, che all’incirca equivalgono a 1.200 euro mensili quando va bene. Se adesso si chiede un ulteriore diminuzione dei giorni di pesca, non si riesce nemmeno a ricavare il minimo salariale. Dobbiamo assolutamente fare qualcosa. Almeno si tenga conto delle giornate che perdiamo a causa del maltempo o per esempio del Mose. Adesso andiamo incontro al periodo di magra e non è detto che, per il prossimo mese, non si possa pensare ad una qualche forma di protesta eclatante come per esempio potrebbe essere uno sciopero». —

DANIELE ZENNARO

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